I am organizing a series of seminars on the Great Recession and the Eurozone crisis, starting Wednesday, April 9th.
Seminars are

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intended for our graduate students and will be held in English, but everybody is welcome to attend.

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(Italiano) 28 marzo a Salerno

Il 28 marzo, ore 16.30, sono a Salerno a parlare di Euro ed

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Blog under revision

I am reviewing blog posts following a major update to the software, due to an hacker attack

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ELR wages

Sometimes a conversation over a drink between a Greek who speaks French (but no English) and an Italian who speaks English (but no French) leads to serious misunderstandings.
I met Panagiotis at a conference organized by Alberto Bagnai in Pescara, and very recently somebody asked me to comment on this post. I don’t know where Panagiotis learned that the Levy Institute is now “conseiller incontournable (et officiel) en matière de politique économique” of Syriza. Maybe he has better information than I do: I certainly told him that people in Syriza read our reports, which is a very different story.
I understand that Panagiotis is not an economist, so it must be the case that I failed to explain to him the bulk of our proposal for providing a job to anybody who is unemployed and willing to work. Besides, this is not “our” proposal, but it dates back to Minsky and others. The Employment of Last Resort (ELR) or “Job Guarantee” policy is based on the simple fact that people who are unemployed and receive a cash transfer of X euro are worse off than people who get the same X euro while working. The ELR proposal implies that the government, instead of paying unemployment benefits, provides a job to anyone who is willing to work.
The salary paid for an ELR job becomes the de facto minimum wage, since a private employer can not attract workers by paying a lower wage (or possibly the same wage). Panagiotis is presenting our proposal as if we are suggesting an average wage for the private sector as well, which is obviously not the case.
Last, but not least, our estimates are based on a gross wage of 751 euro. Again, wages in the private sector would become higher, if this policy is implemented. And I have no information so far that Syriza is endorsing this proposal. I hope they will.
Dear Panagiotis: “j’avais tout compris”? I don’t think so.
P.S. I appreciate the work Panagiotis is doing. But sources of news should be checked.

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Modeling the crisis


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two hours long presentation today at the New School in NYC
Slides – Modeling the crisis: Greece in the Eurozone

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Alcune banalità sulle pensioni

Non mi occupo di sistemi pensionistici, ma un po’ di cultura generale, e qualche competenza sulla coerenza macroeconomica, mi fanno pensare che la maggior parte di quanto scrivono i giornalisti sulle pensioni sia stravagante, per usare un eufemismo.
Ho la sensazione che molti pensino che il sistema delle pensioni funzioni come l’albero degli zecchini d’oro in Pinocchio: il lavoratore versa i contributi (sotterra gli zecchini) e quando va in pensione raccoglie i frutti dall’albero, che ha magicamente moltiplicato i suoi zecchini.
Questa interpretazione mi sembra l’unica che legittimi gli interventi del tipo “per finanziare questa politica, prendiamo i soldi dalle pensioni”.
Dal punto di vista del singolo, la metafora potrebbe anche avere un senso. Negli anni in cui lavoro prendo una parte del mio reddito (i contributi) e li presto ad interesse. Quando arriva l’ora della pensione, quel che ho prestato mi viene restituito, maggiorato dagli interessi.
Ma considerando il sistema nel suo complesso, con un funzionamento a regime, è chiaro che il sistema pensionistico funziona diversamente. Immaginiamo che la raccolta dei contributi e il pagamento delle pensioni siano affidati ad una singola istituzione, chiamiamola INPS…: se contributi e pensioni sono calcolati correttamente, in un sistema a regime l’INPS pagherà ogni anno ai pensionati quanto incassa dai contributi. Non c’è alcun prestito, e la possibilità di ricevere – una volta in pensione – più di quanto si è versato come contributi nel passato dipende unicamente dalla capacità di crescita del sistema economico, e non dal tasso di interesse.
Nella realtà un sistema pensionistico non è mai a regime. Se si allunga la vita media, ad esempio, i pagamenti per pensioni supereranno i contributi. Se aumentano invece i lavoratori rispetto ai pensionati, magari per l’arrivo di immigrati che trovano un lavoro regolare, i contributi pagati supereranno – per qualche anno – le pensioni.
Immaginiamo ora che, in un sistema pensionistico a regime, si consenta ad un gruppo di lavoratori di smettere di pagare i contributi all’INPS e di pagarli invece ad un nuovo istituto finanziario. Ovviamente il nuovo istituto non avrà, per molti anni, pensioni da pagare, mentre incasserà i contributi. Parallelamente, l’INPS dovrà pagare le stesse pensioni di prima, ma vedrà cadere le sue entrate contributive. L’attivo di un nuovo fondo pensione, e il deficit dell’INPS, non è quindi un problema di sana o cattiva gestione, ma l’inevitabile risultato di un cambiamento nelle regole del gioco.
Tutto questo mi sembra assente dalla “inchiesta” di Repubblica: Inps pensioni in rosso.
Nella “inchiesta” si fa notare che il saldo dei lavoratori dipendenti registra un notevole deficit, mentre i lavoratori parasubordinati hanno un forte attivo. Ma davvero? Se le imprese smettono di assumere con contratti a tempo indeterminato, e assumono solo lavoratori precari a progetto, e si tengono separati i conti previdenziali per le due categorie, è inevitabile che la prima andrà in deficit, e la seconda in attivo.
Dovrebbe essere semplice trarre le conclusioni.

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April 2014
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