Ho assistito ieri alla presentazione di una proposta per ridurre il debito pubblico. Non avendo potuto restare fino al termine per intervenire pubblicamente, provvedo qui…
La proposta ha origine da Paolo Savona, e l’ha illustrata Antonio Rinaldi che ne ha curato gli aspetti tecnici, ed era presentata nella sede romana della Link Campus University, che aveva provveduto ad invitare diversi rappresentanti del mondo politico – in particolare dei partiti della “sinistra” – e del mondo finanziario.
Sulla proposta in sè dico più avanti. Quel che mi ha stupito è che mai mi sarei aspettato di apprezzare l’intervento introduttivo, lucidissimo, di Vincenzo Scotti, che mostrava di sapere benissimo quali sono le origini dei mali italiani, a partire dalla “cattiva politica”, in pratica la gestione del deficit pubblico a fini elettorali o di parte, e non guardando al benessere del Paese, che spinse al divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, per “togliere il barattolo della marmellata” dalle mani dei politici avidi di finanziare tramite BankItalia spese crescenti. L’adesione al progetto dell’euro, di cui si sapeva già che avrebbe causato problemi, visto che era costruito per adattare la camicia stretta della gestione del marco tedesco a Paesi con altre caratteristiche, era giustificata allo stesso modo: spostare sull’ “Europa”, e lontano dai politici italiani, responsabilità e competenze. A seguire, Scotti cita molto opportunamente il Keynes delle “Conseguenze economiche della pace” mostrando le affinità con la gestione della crisi greca, implicando dunque che costringere al rigore la Grecia oggi è una ricetta disastrosa come lo fu imporre pagamenti esorbitanti alla Germania nel primo dopoguerra.
Dopo un intervento lucido e condivisibile, ci si aspetterebbe dunque la logica conclusione: riformiamo la politica in modo che torni ad occuparsi del benessere comune, e adottiamo politiche di sostegno della domanda, spostando in avanti nel tempo, eventualmente, la “soluzione” del “problema” del debito pubblico. Invece, in modo quasi schizofrenico, Scotti chiude dicendo rassegnato che riportare i conti in ordine è importante e necessario, basta chiarire che il rigore avrà durata limitata, e poi potremo tornare ad essere ragionevoli. Come dire: lo sappiamo che senza sostegno (più spesa pubblica in deficit) l’economia peggiora, ma dobbiamo sottostare alla follia che chiede tagli e sacrifici, chiarendo agli elettori che durerà poco.
Anche Paolo Savona fa un intervento contraddittorio e (per me) sorprendente nel finale. Comincia con la solita demonizzazione del debito pubblico (e subito viene in mente A.B.: il debito pubblico visto dall’altro lato è il credito di qualcuno, cosa che Savona ricorda solo quando gli fa comodo), asserendo che se il tasso di interesse supera il tasso di crescita del reddito nominale “si distrugge ricchezza”. Dai suoi calcoli, afferma che oggi “si distrugge ricchezza ad un tasso del 4%”. Non mi è chiaro cosa voglia dire… se il tasso di interesse supera il tasso di crescita, quel che accade è che le risorse disponibili per ripagare il debito crescono meno rapidamente degli interessi, e si entra in un meccanismo di potenziale insostenibilità dove è necessario aumentare il debito per pagare gli interessi sul debito pre-esistente. Ma, dal punto di vista dei creditori, finchè il debitore paga gli interessi e non dichiara bancarotta, va tutto benissimo! La ricchezza non viene certo distrutta, ma solo trasferita dal debitore al creditore.
Il debito pubblico implica una redistribuzione delle risorse, ma questa parola, redistribuzione, nessuno l’ha pronunciata. In particolare, oggi si salvaguarda il trasferimento di risorse ai creditori, che per la metà sono all’estero, rispetto agli interessi di altri gruppi sociali.
Tornando a Savona, la parte sorprendente (per me) del suo discorso è in chiusura. Dopo aver demonizzato il debito, e sparato a zero sulla politica osannando i mercati, conclude dicendo che in realtà il problema non è il debito pubblico, ma il fatto che l’area dell’euro non è un’area valutaria ottimale, e che non è stato previsto che la BCE potesse agire da prestatore di ultima istanza. Senza spiegare cosa voglia dire davvero, e dato che nel pubblico i macroeconomisti non abbondano, presumo che pochi abbiano capito il messaggio. In altre parole, chiude dicendo che i veri problemi sono altri, di cui non ha parlato. E quindi – logica conclusione – affrontare invece il debito pubblico serve a poco, se non peggiora le cose. Schizofrenia?
Si arriva alla proposta, che in sintesi consiste nel trasferire la proprietà di beni pubblici per circa 360 miliardi ad una nuova Società che, invece di venderli subito sul mercato (causando un probabile crollo dei prezzi e/o avendo difficoltà a trovare subito acquirenti), venderebbe obbligazioni con un diritto di opzione sui beni. Non entro nei dettagli tecnici della proposta, ma non era chiaro di cosa si stesse parlando, se delle caserme a Cuneo, o di quote di proprietà di società strategiche: quel che era chiaro è che si tratta di beni pubblici che dovrebbero interessare imprenditori privati. Magari stranieri. In generale, la filosofia è sempre quella neoliberista: se un bene (la caserma) o un’impresa viene gestita direttamente dal settore pubblico, si generano sprechi, clientele, ecc. Vendiamola ai privati per valorizzarla. Peccato che, in molti casi, alla privatizzazione non seguano benefici percebili per i cittadini-utenti, mentre quasi sempre seguono rilevanti profitti per il nuovo (monopolista) privato che ha beneficiato della privatizzazione. E chi ritiene che la crisi sia pilotata per svendere i beni pubblici dei Paesi periferici ai gruppi industriali e finanziari dei Paesi “core” ha un’altra evidenza empirica a suo favore?
Come ho scritto altrove, il debito pubblico italiano si spiega agevolmente dalla mancata volontà politica, o incapacità, di gestire un sistema fiscale equo. Con un settore sommerso oltre il 25% del PIL, i mancati introiti fiscali degli ultimi 25 anni spiegano *da soli* l’intero debito pubblico, con la conseguenza, tra l’altro che il mancato gettito dall’evasione ha portato ad aumentare le aliquote contributive su chi le tasse le pagava, fino ad arrivare ad aliquote insostenibili, stimolando ulteriore evasione. Il debito pubblico, come ha ricordato Savona citando Ricardo, corrisponde ad una tassa differita (non ha detto però che la tassa si può differire anche per molto, molto tempo…). Ma questo vale nel mondo immaginario in cui tutti pagano le tasse ecc ecc, nel mondo reale, sembrerebbe banale chiedere che se un debito eccessivo si è generato per l’inadempienza fiscale di categorie facilmente individuabili (in cui non rientrano i lavoratori dipendenti…) se si decide di rimborsare il debito, si vada a colpire prevalentemente chi in passato è stato inadempiente. Ma su questo, nulla è stato detto, se non demonizzare la patrimoniale (Savona) come ennesima rottura di un contratto tra lo Stato e i cittadini.
L’impressione complessiva della giornata è un po’ deprimente. Schizofrenia degli economisti mainstream, che evidentemente sanno quali sono i veri problemi (gli squilibri nei pagamenti tra paesi dell’area euro, la politica che segue l’ideologia del rigore per tutelare i creditori, la mancanza di un meccanismo fiscale europeo che faccia da stabilizzatore automatico, ecc.) ma parlano d’altro. Soddisfazione, presumo, del mondo della finanza che da opeazioni come questa avrà una nuova fonte di potenziali profitti. E spero di sbagliarmi, ma la sensazione è che i giovani politici della sinistra questi processi non li capiscano. D’altra parte, la mia generazione ha studiato l’economia sui testi di Augusto Graziani, Bruno Jossa (studiavo a Napoli…) e altri keynesiani: i giovani (quando hanno studiato economia…) sui testi mainstream americani.
Chiudo con una battuta. Se c’è un “problema psicologico” con un debito/PIL sopra il 100%, basta che l’Istat riveda le stime del sommerso seguendo i risultati recenti di Banca d’Italia. Una stima più accurata del PIL che tenga conto di tutto il sommerso (oggi già nel PIL al 17% dell’ “emerso”), secondo i miei calcoli riporta il debito/PIL al 99%.
E dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che “il problema del debito” non è il debito, ma la capacità di un governo di fornire ai cittadini il livello dei servizi desiderato (e gli interventi anticiclici!) e di essere in grado di far funzionare un sistema fiscale equo.