workshop 28.3.2018

Sala del Consiglio - Rettorato - 28.3.2018

Si è svolto mercoledì, 28 marzo, un workshop da me organizzato presso il Rettorato dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, su “Settore reale e settore finanziario nei modelli dell’economia italiana”. Ho invitato a partecipare tutti i responsabili dei maggiori modelli di previsione in uso in Italia e, tranne gli economisti del Ministero dell’Economia e di Prometeia – non disponibili per impegni istituzionali – hanno aderito economisti dell’Istat, della Banca d’Italia, dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, e del Centro Studi Confindustria. Ho invitato anche uno dei responsabili di un modello non istituzionale relativamente nuovo, e gli italiani che conosco che sviluppano modelli macroeconomici empirici stock-flow-consistent (siamo in tre!).

Sala del Consiglio - Rettorato - 28/3/2018

I temi su cui ho chiesto di argomentare erano i seguenti:

  1. Dieci anni fa la regina Elisabetta, in un incontro alla London School of Economics sulla crisi finanziaria, chiese “Why did nobody notice it?”. E’ un fatto che la maggior parte dei modelli macroeconometrici non fu in grado di prevedere le conseguenze della crisi finanziaria originata dal mercato dei sub-prime negli Stati Uniti. La prima domanda per i partecipanti al workshop era dunque: a dieci anni dalla crisi, i modelli macro si sono evoluti in modo da non farsi prendere ancora di sorprea da uno shock sui mercati finanziari?
  2. La Grande Recessione del 2007 ha mostrato che la separazione tra settore reale e settore finanziario nei modelli macro è uno dei punti critici. L’approccio della coerenza stock-flussi consente invece una completa integrazione tra mercati reali e finanziari. La domanda è allora: l’introduzione delle relazioni di coerenza stock-flussi è utile e necessaria, per migliorare la qualità delle previsioni macroeconomiche? O la complessità dei modelli SFC è eccessiva, rispetto ai benefici che può comportare?

Si noti che i modelli SFC adottano di solito delle “chiusure” post-Keynesiane, ma non era mia intenzione discutere anche dei meriti dell’approccio PK rispetto all’approccio mainstream, più controversi. Gli economisti invitati appartengono alla categoria dei professionisti, non necessariamente accademici, il cui successo dipende dalla capacità di spiegare cosa accade in modo plausibile, e prevedere quanto potrebbe accadere in modo ragionevole, piuttosto che discutere di quelle che definirei “ideologie” accademiche. Ma anche di questo, alla fine, si è discusso.
I modelli SFC empirici fanno riferimento a delle statistiche non molto utilizzate: i conti dei settori istituzionali, pubblicati in Italia dall’Istat per quanto riguarda i conti non-finanziari, e dalla Banca d’Italia per la parte finanziaria.
Per questo motivo, ho tenuto un intervento introduttivo teso a mostrare le contiguita’ tra la “filosofia” dei modelli SFC e la contabilità finanziaria e non finanziaria dei settori istituzionali, suggerendo alcune misure che, se adottate dall’Istat e dalla Banca d’Itaiia, faciliterebbero il lavoro degli economisti, e anche il controllo sulla qualità delle statistiche. Tra le altre, la destagionalizzazione dei conti, e – per quanto possibile – l’identificazione dei rapporti creditore-debitore per i diversi asset finanziari, che consentirebbe una mappatura più precisa anche dei flussi di pagamenti per redditi da capitale.
Riccardo de Bonis – cui si deve gran parte della elaborazione dei conti finanziari per l’Italia – ha presentato una serie di fatti relativi ai conti finanziari di famiglie e imprese, per l’Italia, ma anche in confronto con i principali Paesi partners.
Sono seguite le relazioni di Davide Fantino, che ha illustrato il modello trimestrale della Banca d’Italia (probabilmente il modello istituzionale più longevo e complesso), Fabio Bacchini per il modello di previsione in uso all’Istat – erede della tradizione dell’Isae – e sviluppato in parallelo con il modello dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, su cui è intervenuto Carmine Pappalardo. Alberto Caruso ha illustrato a grandi linee il modello del Centro Studi Confindustria (che ha una struttura ancora simile a quella a cui ho contribuito personalmente nei primi anni ’90). Christian Mongeau Ospina ha discusso brevemente il modello di a/simmetrie sviluppato con Alberto Bagnai (resto perplesso sulle loro stime delle elasticità di prezzo dell’export italiano).
Si è poi passati ai modelli SFC con Marco Passarella, che ha presentato il suo approccio per sviluppare un modello con dati annuali a partire dalle soluzioni tecniche approntate dal gruppo di lavoro con Antoine Godin su dati Eurostat. E infine Francesco Zezza, che ha presentato un approccio di integrazione dei dati finanziari e non finanziari per l’Italia, soffermandosi sulla modellazione della base monetaria ai tempi del QE (argomento poco noto ai più).
Nella tavola rotonda finale avevo proposto di discutere della possibilità di cogliere, con i modelli attuali, una nuova crisi finanziaria proveniente dal settore del c.d. “shadow banking” (fondi pensione, imprese di assicurazione, ecc.). De Bonis ha presentato alcuni dati interessanti, che mostrano come il settore sia poco sviluppato, in Italia, rispetto ad altri Paesi. La possibilità che una crisi finanziaria nasca in Italia in questo settore è quindi remota. Se la crisi partisse altrove, l’esito per l’Italia dipenderebbe dal peso delle attività finanziarie estere nel portafoglio dei diversi operatori, come già avvenne nel 2007.
Conclusioni della giornata di lavoro:

  1. I modelli macroeconometrici di previsione in Italia sono oggi basati sulla stessa tradizione, “mainstream”, analoga a quella in uso prima della Grande Recessione. Più attenzione è stata dedicata ai canali di trasmissione di variazioni del tasso di interesse, e a restrizioni del credito (in alcuni casi rilevabili tramite indagini micro), ma non si è finora perseguita una strategia di maggiore integrazione tra settore reale e settore finanziario;
  2. Si è discusso del fatto che i modelli “mainstream” convergono tutti nel “lungo periodo” al PIL di piena occupazione determinato dal lato dell’offerta, mentre nel breve periodo il PIL è dato dal lato della domanda, seguendo approcci neo-Keyesiani. Al lato opposto, i modelli SFC in gran parte ignorano il lato dell’offerta (che può comunque essere introdotto) e determinano il PIL dal lato della domanda, senza chiare distinzioni tra breve e lungo periodo: quest’ultimo dipende dall’esito della sequenza degli aggiustamenti di breve periodo, con possibilità di isteresi o, come suggeriva Passarella, di “equilibri multipli” (ma gli ho fatto notare che se per mestiere devi prevedere il PIL tra un anno, e rispondi che hai equilibri multipli, probabilmente ti licenziano…). Il fatto che i modelli SFC non convergano necessariamente all’equilibrio di piena occupazione mi è sembrato interessasse la platea;
  3. Mi sembra che tutti i presenti condividessero una visione molto, molto critica dell’approccio Dynamic Stochastic General Equilibrium (DSGE)

(Ho appreso poi che un incontro con finalità simili si stava svolgendo nell’Università del Sussex, con risultati diversi per quanto riguarda l’approccio DSGE…)

La risposta al mio primo quesito (“i modelli sbaglieranno ancora, se arriva una crisi finanziaria?”) è, a mio avviso, affermativa, perché nei modelli ancora non si tiene conto della gestione dei bilanci dei diversi settori istituzionali. D’altro canto, si è sottolineato come il peso del sistema finanziario in Italia sia minore rispetto ad altri Paesi, e forse le variabili cruciali da monitorare sono altre. E’ emerso chiaramente come l’approccio SFC, ed in particolare l’attenzione alle traiettorie dei rapporti debito/reddito, ricchezza/reddito ecc., sia utile.
Sul mio secondo quesito (adottare l’approccio SFC?) sono emersi dei pro e dei contro. Tra i punti a favore, oltre quelli già discussi sopra, c’è l’utilità di identificare, nel breve periodo, le modalità di finanziamento delle diverse componenti della domanda. Nei punti a sfavore c’è la complessità dell’approccio, che richiede di moltiplicare esponenzialmente il numero delle identità contabili, e delle relazioni di comportamento, in modelli già piuttosto complessi, con dubbia efficacia sulla capacità di ridurre l’errore di previsione.
Mi è dispiaciuto non aver organizzato la registrazione del (memorabile) intervento conclusivo di Roberto Golinelli!
In conclusione, l’approccio SFC per l’Italia non segnala particolari problemi nei rapporti tra gli stocks di debito privato e i rilevanti flussi di reddito. A parte lo stock di debito pubblico, su cui però il discorso è più complesso (interessante notare come il “problema” del debito pubblico non sia stato menzionato durante il workshop). Una nuova crisi finanziaria difficilmente avrebbe origine dall’Italia, a meno che un aumento dei tassi di interesse non dovesse improvvisamente portare il servizio del debito a percentuali molto più alte rispetto ai flussi di reddito dei debitori. Da questo punto di vista, dunque, aggiungere le chiusure SFC ai modelli macro interessati a prevedere le variabili macroeconomiche chiave nel settore reale potrebbe comportare costi superiori ai benefici.
Diverso è il discorso per quanto riguarda l’analisi delle modalità di finanziamento della spesa dei diversi settori, e l’andamento di attività e passività. Sembra evidente, in particolare, come il settore delle imprese non finanziarie stia riducendo sensibilmente il proprio indebitamento presso le banche, piuttosto che utilizzare i flussi di cassa per nuovi investimenti. Sotto questo aspetto, l’approccio SFC segnala degli aggiustamenti di portafoglio che suggeriscono una generale tendenza ad utilizzare maggiori entrate per ridurre l’indebitamento, piuttosto che aumentare la spesa, suggerendo valori dei moltiplicatori della spesa inferiori a quelli plausibili in una fase di alta disoccupazione, e suggerendo altresì che la crescita continuerà ad essere modesta.

Share

Cambiamo l’art. 81

Logo

Cambiamo l’Art. 81

Una Legge di iniziativa popolare per ripristinare i principi costituzionali e salvaguardare i diritti fondamentali

Introduce e coordina

Gaetano Azzariti

Intervengono

Antonella Stirati
Marcello Minenna

Conference Center da Feltre, via Benedetto Musolino n. 7 – Roma 23 Febbraio Ore 16.30

Share

Il 4 marzo

In una campagna elettorale da dimenticare, un “partito” che probabilmente si dissolverà nel nulla ha scommesso a Napoli, per il Senato, sul mio amico Toni. A quanto capisco, generando molti mal di pancia.
Con Toni eravamo alle manifestazioni del VII Liceo Scientifico, una vita fa, e da anni anima Tutti a scuola.
Aiutarlo ad essere eletto è una battaglia che vale la pena

Share

Un programma di piena occupazione: alcuni numeri

CONVEGNO INTERNAZIONALE: “ANALISI E PROSPETTIVE DELLE POLITICHE DEL LAVORO”

In basso le mie slides sui numeri di un programma di “lavoro garantito”, che NON tengono (ancora) conto dell’impatto di tale programma sul PIL e sul bilancio pubblico.

In base ai miei calcoli, lo stipendio lordo di un programma di questo tipo dovrebbe essere di 1.056 euro/mese

Scarica le slides

Share

Un paese (ancora più) spaccato

Come si riconciliano i dati sulla crescita del PIL italiano e un tasso di disoccupazione ufficiale all’11,2% (o un tasso di disoccupazione “esteso” al 30%)?
La risposta è probabilmente nel grafico che segue

Abbiamo costruito le serie nel grafico rapportando le componenti del PIL a prezzi costanti del 2010 ai loro valori del 2007, cioè all’anno di inizio della Grande Recessione. Dal grafico emergono alcune chiare tendenze (quasi tutte già ben note):

  • Le esportazioni sono il motore della crescita. Dopo il crollo legato alla crisi internazionale, hanno ripreso a crescere dal 2009 ad oggi
  • Gli investimenti sono in ripresa, ma è la componente della domanda che ha subito il tracollo maggiore. Per tornare ai livelli pre-crisi, gli investimenti dovrebbero crescere ancora in modo considerevole
  • La spesa pubblica ha svolto un ruolo anti-ciclico solo fino al 2010, ed ha poi contribuito alla stagnazione dell’economia
  • PIL e consumi sono ancora al di sotto dei livelli pre-crisi

E’ altrettanto noto il fatto che l’economia italiana sia caratterizzata da forti squilibri territoriali, con il Centro-Nord maggiormente integrato sui mercati internazionali, e il Mezzogiorno che ha visto aumentare il divario rispetto al Nord in termini di reddito pro-capite.
Purtroppo i dati sulla domanda aggregata per circoscrizione sono disponibili solo con ritardo: nel grafico che segue riportiamo l’indicatore disponibile dai conti nazionali, relativo alle esportazioni nette (esportazioni meno importazioni), rapportato al PIL dell’area.

Come si nota, il Mezzogiorno non ha fatto grandi progressi nella sua capacità di bilanciare le vendite all’esterno dell’area con gli acquisti, e probabilmente il miglioramento che si nota dal 2011 è dovuto più all’impatto della crisi sulle importazioni (se diminuiscono le importazioni aumentano le esportazioni nette) che all’aumento delle esportazioni.
Anche in mancanza di dati più dettagliati, che saranno disponibili tra parecchi mesi, i dati utilizzati suggeriscono una evoluzione dell’economia con diseguaglianze crescenti: un blocco di imprese che vendono sui mercati internazionali, localizzate prevalentemente nel Nord, che “tirano”, e presumibilmente aumentano occupazione e retribuzioni, e il resto delle imprese che vendono sul mercato interno – al quale appartengono quasi tutte le imprese di servizi – che si trovano di fronte ad una domanda stagnante.
E’ un quadro che richiede un massiccio intervento di riequilibrio, che non mi sembra visibile nei programmi elettorali.

Share