La scienza inutile

Copertina La scienza inutile

Francesco Saraceno ha scritto un bel libro divulgativo sulla evoluzione della macroeconomia (La scienza inutile, LUISS University Press, 2018). Come in altri libri divulgativi recenti (Cesaratto, Sei lezioni di economia) il testo principale, che ricostruisce l’evoluzione delle teorie, è inframmezzato da riquadri per suggerire ai lettori possibili interpretazioni di problemi correnti, alla luce dei dibattiti accademici.
Ho iniziato ad insegnare Economia politica a Napoli negli anni ’90, nel dipartimento di Bruno Jossa, e utilizzavamo il suo manuale di macroeconomia, basato su una ricostruzione storica dell’evoluzione del pensiero e dei modelli utilizzati. Quando ho iniziato ad insegnare a Cassino sul corso di laurea in Giurisprudenza ho abbandonato il manuale di Jossa, che gli studenti trovavano troppo difficile, ma non ho abbandonato l’approccio, che coniuga gli eventi storici con l’evoluzione della teoria e dei modelli.
Per questo ho molto apprezzato, all’inizio, l’impostazione de “La scienza inutile”, tanto da meditare se potesse essere adeguato come nuovo testo di riferimento per i miei studenti. Ma, proseguendo la lettura fino al capitolo sulla crisi del 2009 (il “consenso malmenato”), è subentrata una certa delusione. E’ noto come i modelli macroeconomici “mainstream” – o del “nuovo consenso” – abbiano tutti fallito nel prevedere l’ultima crisi, mentre alcuni approcci considerati “eterodossi”avevano per tempo indicato i rischi e le fragilità insite nella crescita trainata dall’ indebitamento che si è registrata dagli anni ’90 ad oggi. Il riferimento più noto è Hyman Minsky, ma anche il lavoro di Wynne Godley ha avuto (tardivamente) importanti riconoscimenti.
La “eterodossia” in ambito economico ha molte facce, ma credo che elemento comune sia il rifiuto della metodologia basata sul comportamento ottimizzante dell’individuo razionale. Il “nuovo consenso” ha invece abbracciato questa metodologia (la macroeconomia “microfondata”), tanto da ritenere che chi non la adotti non sia un economista, ma al più uno studioso di storia del pensiero. E che quindi non meriti di essere pubblicato nelle riviste più prestigiose, e di conseguenza non meriti di progredire nella carriera accademica. Fino al penultimo capitolo, sembra che anche Francesco Saraceno sia allineato con quelli che definirei “economisti mainstream critici”: Blanchard, Krugman, Stiglitz. Da qui la delusione.
Ma finalmente, nell’ultimo capitolo e a quattro pagine dalla fine, i nomi di Minsky e Kaldor emergono in una citazione di Blanchard, e subito dopo Saraceno mi rasserena, scrivendo (p.169)

“Nel corso degli ultimi tre decenni si è imposta una visione della macroeconomia intesa come accumulazione progressiva di conoscenze nell’ambito definito dai postulati della razionalità neoclassica. (…) E’ questa visione restrittiva dell’economia che, c’è da augurarselo, non sopravvivrà alla crisi”.

Concordo, ma purtroppo mi pare che non si vada in questa direzione.
Dato il successo del libro, mi par di capire che sia già in cantiere una nuova edizione. Il mio umile suggerimento è di anticipare di qualche capitolo, magari in una notarella, i riferimenti a chi non segue il pensiero dominante (e magari fornire qualche riferimento in bibliografia ai lettori curiosi). Mi sarei rasserenato prima, e goduto di più il volume!

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workshop 28.3.2018

Sala del Consiglio - Rettorato - 28.3.2018

Si è svolto mercoledì, 28 marzo, un workshop da me organizzato presso il Rettorato dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, su “Settore reale e settore finanziario nei modelli dell’economia italiana”. Ho invitato a partecipare tutti i responsabili dei maggiori modelli di previsione in uso in Italia e, tranne gli economisti del Ministero dell’Economia e di Prometeia – non disponibili per impegni istituzionali – hanno aderito economisti dell’Istat, della Banca d’Italia, dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, e del Centro Studi Confindustria. Ho invitato anche uno dei responsabili di un modello non istituzionale relativamente nuovo, e gli italiani che conosco che sviluppano modelli macroeconomici empirici stock-flow-consistent (siamo in tre!).

Sala del Consiglio - Rettorato - 28/3/2018

I temi su cui ho chiesto di argomentare erano i seguenti:

  1. Dieci anni fa la regina Elisabetta, in un incontro alla London School of Economics sulla crisi finanziaria, chiese “Why did nobody notice it?”. E’ un fatto che la maggior parte dei modelli macroeconometrici non fu in grado di prevedere le conseguenze della crisi finanziaria originata dal mercato dei sub-prime negli Stati Uniti. La prima domanda per i partecipanti al workshop era dunque: a dieci anni dalla crisi, i modelli macro si sono evoluti in modo da non farsi prendere ancora di sorprea da uno shock sui mercati finanziari?
  2. La Grande Recessione del 2007 ha mostrato che la separazione tra settore reale e settore finanziario nei modelli macro è uno dei punti critici. L’approccio della coerenza stock-flussi consente invece una completa integrazione tra mercati reali e finanziari. La domanda è allora: l’introduzione delle relazioni di coerenza stock-flussi è utile e necessaria, per migliorare la qualità delle previsioni macroeconomiche? O la complessità dei modelli SFC è eccessiva, rispetto ai benefici che può comportare?

Si noti che i modelli SFC adottano di solito delle “chiusure” post-Keynesiane, ma non era mia intenzione discutere anche dei meriti dell’approccio PK rispetto all’approccio mainstream, più controversi. Gli economisti invitati appartengono alla categoria dei professionisti, non necessariamente accademici, il cui successo dipende dalla capacità di spiegare cosa accade in modo plausibile, e prevedere quanto potrebbe accadere in modo ragionevole, piuttosto che discutere di quelle che definirei “ideologie” accademiche. Ma anche di questo, alla fine, si è discusso.
I modelli SFC empirici fanno riferimento a delle statistiche non molto utilizzate: i conti dei settori istituzionali, pubblicati in Italia dall’Istat per quanto riguarda i conti non-finanziari, e dalla Banca d’Italia per la parte finanziaria.
Per questo motivo, ho tenuto un intervento introduttivo teso a mostrare le contiguita’ tra la “filosofia” dei modelli SFC e la contabilità finanziaria e non finanziaria dei settori istituzionali, suggerendo alcune misure che, se adottate dall’Istat e dalla Banca d’Itaiia, faciliterebbero il lavoro degli economisti, e anche il controllo sulla qualità delle statistiche. Tra le altre, la destagionalizzazione dei conti, e – per quanto possibile – l’identificazione dei rapporti creditore-debitore per i diversi asset finanziari, che consentirebbe una mappatura più precisa anche dei flussi di pagamenti per redditi da capitale.
Riccardo de Bonis – cui si deve gran parte della elaborazione dei conti finanziari per l’Italia – ha presentato una serie di fatti relativi ai conti finanziari di famiglie e imprese, per l’Italia, ma anche in confronto con i principali Paesi partners.
Sono seguite le relazioni di Davide Fantino, che ha illustrato il modello trimestrale della Banca d’Italia (probabilmente il modello istituzionale più longevo e complesso), Fabio Bacchini per il modello di previsione in uso all’Istat – erede della tradizione dell’Isae – e sviluppato in parallelo con il modello dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, su cui è intervenuto Carmine Pappalardo. Alberto Caruso ha illustrato a grandi linee il modello del Centro Studi Confindustria (che ha una struttura ancora simile a quella a cui ho contribuito personalmente nei primi anni ’90). Christian Mongeau Ospina ha discusso brevemente il modello di a/simmetrie sviluppato con Alberto Bagnai (resto perplesso sulle loro stime delle elasticità di prezzo dell’export italiano).
Si è poi passati ai modelli SFC con Marco Passarella, che ha presentato il suo approccio per sviluppare un modello con dati annuali a partire dalle soluzioni tecniche approntate dal gruppo di lavoro con Antoine Godin su dati Eurostat. E infine Francesco Zezza, che ha presentato un approccio di integrazione dei dati finanziari e non finanziari per l’Italia, soffermandosi sulla modellazione della base monetaria ai tempi del QE (argomento poco noto ai più).
Nella tavola rotonda finale avevo proposto di discutere della possibilità di cogliere, con i modelli attuali, una nuova crisi finanziaria proveniente dal settore del c.d. “shadow banking” (fondi pensione, imprese di assicurazione, ecc.). De Bonis ha presentato alcuni dati interessanti, che mostrano come il settore sia poco sviluppato, in Italia, rispetto ad altri Paesi. La possibilità che una crisi finanziaria nasca in Italia in questo settore è quindi remota. Se la crisi partisse altrove, l’esito per l’Italia dipenderebbe dal peso delle attività finanziarie estere nel portafoglio dei diversi operatori, come già avvenne nel 2007.
Conclusioni della giornata di lavoro:

  1. I modelli macroeconometrici di previsione in Italia sono oggi basati sulla stessa tradizione, “mainstream”, analoga a quella in uso prima della Grande Recessione. Più attenzione è stata dedicata ai canali di trasmissione di variazioni del tasso di interesse, e a restrizioni del credito (in alcuni casi rilevabili tramite indagini micro), ma non si è finora perseguita una strategia di maggiore integrazione tra settore reale e settore finanziario;
  2. Si è discusso del fatto che i modelli “mainstream” convergono tutti nel “lungo periodo” al PIL di piena occupazione determinato dal lato dell’offerta, mentre nel breve periodo il PIL è dato dal lato della domanda, seguendo approcci neo-Keyesiani. Al lato opposto, i modelli SFC in gran parte ignorano il lato dell’offerta (che può comunque essere introdotto) e determinano il PIL dal lato della domanda, senza chiare distinzioni tra breve e lungo periodo: quest’ultimo dipende dall’esito della sequenza degli aggiustamenti di breve periodo, con possibilità di isteresi o, come suggeriva Passarella, di “equilibri multipli” (ma gli ho fatto notare che se per mestiere devi prevedere il PIL tra un anno, e rispondi che hai equilibri multipli, probabilmente ti licenziano…). Il fatto che i modelli SFC non convergano necessariamente all’equilibrio di piena occupazione mi è sembrato interessasse la platea;
  3. Mi sembra che tutti i presenti condividessero una visione molto, molto critica dell’approccio Dynamic Stochastic General Equilibrium (DSGE)

(Ho appreso poi che un incontro con finalità simili si stava svolgendo nell’Università del Sussex, con risultati diversi per quanto riguarda l’approccio DSGE…)

La risposta al mio primo quesito (“i modelli sbaglieranno ancora, se arriva una crisi finanziaria?”) è, a mio avviso, affermativa, perché nei modelli ancora non si tiene conto della gestione dei bilanci dei diversi settori istituzionali. D’altro canto, si è sottolineato come il peso del sistema finanziario in Italia sia minore rispetto ad altri Paesi, e forse le variabili cruciali da monitorare sono altre. E’ emerso chiaramente come l’approccio SFC, ed in particolare l’attenzione alle traiettorie dei rapporti debito/reddito, ricchezza/reddito ecc., sia utile.
Sul mio secondo quesito (adottare l’approccio SFC?) sono emersi dei pro e dei contro. Tra i punti a favore, oltre quelli già discussi sopra, c’è l’utilità di identificare, nel breve periodo, le modalità di finanziamento delle diverse componenti della domanda. Nei punti a sfavore c’è la complessità dell’approccio, che richiede di moltiplicare esponenzialmente il numero delle identità contabili, e delle relazioni di comportamento, in modelli già piuttosto complessi, con dubbia efficacia sulla capacità di ridurre l’errore di previsione.
Mi è dispiaciuto non aver organizzato la registrazione del (memorabile) intervento conclusivo di Roberto Golinelli!
In conclusione, l’approccio SFC per l’Italia non segnala particolari problemi nei rapporti tra gli stocks di debito privato e i rilevanti flussi di reddito. A parte lo stock di debito pubblico, su cui però il discorso è più complesso (interessante notare come il “problema” del debito pubblico non sia stato menzionato durante il workshop). Una nuova crisi finanziaria difficilmente avrebbe origine dall’Italia, a meno che un aumento dei tassi di interesse non dovesse improvvisamente portare il servizio del debito a percentuali molto più alte rispetto ai flussi di reddito dei debitori. Da questo punto di vista, dunque, aggiungere le chiusure SFC ai modelli macro interessati a prevedere le variabili macroeconomiche chiave nel settore reale potrebbe comportare costi superiori ai benefici.
Diverso è il discorso per quanto riguarda l’analisi delle modalità di finanziamento della spesa dei diversi settori, e l’andamento di attività e passività. Sembra evidente, in particolare, come il settore delle imprese non finanziarie stia riducendo sensibilmente il proprio indebitamento presso le banche, piuttosto che utilizzare i flussi di cassa per nuovi investimenti. Sotto questo aspetto, l’approccio SFC segnala degli aggiustamenti di portafoglio che suggeriscono una generale tendenza ad utilizzare maggiori entrate per ridurre l’indebitamento, piuttosto che aumentare la spesa, suggerendo valori dei moltiplicatori della spesa inferiori a quelli plausibili in una fase di alta disoccupazione, e suggerendo altresì che la crescita continuerà ad essere modesta.

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Cambiamo l’art. 81

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Cambiamo l’Art. 81

Una Legge di iniziativa popolare per ripristinare i principi costituzionali e salvaguardare i diritti fondamentali

Introduce e coordina

Gaetano Azzariti

Intervengono

Antonella Stirati
Marcello Minenna

Conference Center da Feltre, via Benedetto Musolino n. 7 – Roma 23 Febbraio Ore 16.30

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Il 4 marzo

In una campagna elettorale da dimenticare, un “partito” che probabilmente si dissolverà nel nulla ha scommesso a Napoli, per il Senato, sul mio amico Toni. A quanto capisco, generando molti mal di pancia.
Con Toni eravamo alle manifestazioni del VII Liceo Scientifico, una vita fa, e da anni anima Tutti a scuola.
Aiutarlo ad essere eletto è una battaglia che vale la pena

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