Un paese (ancora più) spaccato

Come si riconciliano i dati sulla crescita del PIL italiano e un tasso di disoccupazione ufficiale all’11,2% (o un tasso di disoccupazione “esteso” al 30%)?
La risposta è probabilmente nel grafico che segue

Abbiamo costruito le serie nel grafico rapportando le componenti del PIL a prezzi costanti del 2010 ai loro valori del 2007, cioè all’anno di inizio della Grande Recessione. Dal grafico emergono alcune chiare tendenze (quasi tutte già ben note):

  • Le esportazioni sono il motore della crescita. Dopo il crollo legato alla crisi internazionale, hanno ripreso a crescere dal 2009 ad oggi
  • Gli investimenti sono in ripresa, ma è la componente della domanda che ha subito il tracollo maggiore. Per tornare ai livelli pre-crisi, gli investimenti dovrebbero crescere ancora in modo considerevole
  • La spesa pubblica ha svolto un ruolo anti-ciclico solo fino al 2010, ed ha poi contribuito alla stagnazione dell’economia
  • PIL e consumi sono ancora al di sotto dei livelli pre-crisi

E’ altrettanto noto il fatto che l’economia italiana sia caratterizzata da forti squilibri territoriali, con il Centro-Nord maggiormente integrato sui mercati internazionali, e il Mezzogiorno che ha visto aumentare il divario rispetto al Nord in termini di reddito pro-capite.
Purtroppo i dati sulla domanda aggregata per circoscrizione sono disponibili solo con ritardo: nel grafico che segue riportiamo l’indicatore disponibile dai conti nazionali, relativo alle esportazioni nette (esportazioni meno importazioni), rapportato al PIL dell’area.

Come si nota, il Mezzogiorno non ha fatto grandi progressi nella sua capacità di bilanciare le vendite all’esterno dell’area con gli acquisti, e probabilmente il miglioramento che si nota dal 2011 è dovuto più all’impatto della crisi sulle importazioni (se diminuiscono le importazioni aumentano le esportazioni nette) che all’aumento delle esportazioni.
Anche in mancanza di dati più dettagliati, che saranno disponibili tra parecchi mesi, i dati utilizzati suggeriscono una evoluzione dell’economia con diseguaglianze crescenti: un blocco di imprese che vendono sui mercati internazionali, localizzate prevalentemente nel Nord, che “tirano”, e presumibilmente aumentano occupazione e retribuzioni, e il resto delle imprese che vendono sul mercato interno – al quale appartengono quasi tutte le imprese di servizi – che si trovano di fronte ad una domanda stagnante.
E’ un quadro che richiede un massiccio intervento di riequilibrio, che non mi sembra visibile nei programmi elettorali.

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Quanti disoccupati?

Il tasso di disoccupazione è una delle misure sintetiche rilevanti – insieme al tasso di crescita del PIL reale – sullo stato di salute del sistema economico. La sua definizione precisa è basata su accordi internazionali, per consentire la comparabilità dei dati tra diversi Paesi, e i questionari della Indagine trimestrale sulle Forze di Lavoro includono delle domande standardizzate, sulla base degli accordi presi.
Tuttavia, si può discutere su quanto la attuale definizione di “occupato” e “disoccupato” sia efficace per descrivere lo stato di salute del mercato del lavoro, e la possibilità di allargare o restringere la definizione dei due aggregati ha portato ad includere nei questionari ulteriori domande (in Italia dal 2004), che consentono di calcolare indicatori alternativi dei livelli di occupazione e disoccupazione.
Allo stato attuale è classificato come “occupato” chiunque, di età superiore ai 14 anni, abbia lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento, a fronte di una retribuzione (1). È invece considerato “disoccupato” chi soddisfa tutti i seguenti requisiti:

  • non è “occupato” in base alla definizione precedente;
  • ha cercato attivamente lavoro nelle quattro settimane precedenti la settimana di riferimento dell’indagine;
  • è disponibile a lavorare nelle due settimane successive alla settimana di riferimento.

Le “forze di lavoro” sono date dalla somma degli occupati e dei disoccupati, mentre tutti quelli che non rientrano in queste due categorie sono definiti “inattivi”.
Il tasso di disoccupazione ufficiale è calcolato dal rapporto tra i disoccupati e le forze di lavoro: nel secondo trimestre del 2017, il tasso di disoccupazione risultava pari all 11,2%.
Dalle definizioni sopra riportate, risulta evidente che la definizione di “occupato” tende ad essere molto ampia, mentre la definizione di “disoccupato” piuttosto ristretta, e questo può implicare che il tasso di disoccupazione sottostimi lo stato di salute del mercato del lavoro. Dalle informazioni disponibili nelle indagini è possibile disaggregare ulteriormente le categorie degli inattivi e degli occupati, offrendo una visione più dettagliata del mercato del lavoro.
In Tabella 1 riportiamo una possibile scomposizione della popolazione italiana, come risulta dai dati Istat relativi al secondo trimestre del 2017.

Tabella 1. Popolazione per condizione lavorativa al 2° trimestre 2017 (migliaia)
P1. Popolazione di età inferiore a 15 anni 8,185
P2. Popolazione di 15 anni e più 52,072
F. Forze di lavoro 25,895
– F1. Occupati 22,985
– – F11. Occupati “veri” 20,400
– – F12. Part-time involontario 2,586
– F2. Disoccupati 2,909
I. Inattivi 26,177
– I1 Forza lavoro potenziale 3,236
– I2 Pensionati ed altri inattivi 22,941
P. Popolazione totale 60,258
Fonte: dati.istat.it

Negli “indicatori complementari” sul mercato del lavoro, l’Istat pubblica, dal 2004, una statistica sui “sottoccupati” ed una sugli “occupati con part-time involontario”. Nella prima categoria (pari a 763,972 persone nel secondo trimestre 2017) rientrano quelli che hanno un impiego part-time, e sarebbero disposti a lavorare più ore nelle due settimane successive a quella di riferimento. Nella seconda categoria rientrano invece coloro che lavorano a tempo parziale perché non hanno trovato un lavoro a tempo pieno(2). Le due categorie si sovrappongono almeno in parte, presumibilmente, e il calcolo dell’unione dei due insiemi richiederebbe un lavoro sui microdati che esula dagli scopi di questo articolo. Abbiamo quindi deciso di includere solo il secondo gruppo in Tabella 1.
Inoltre, l’Istat rileva, tra gli inattivi, coloro che sono disponibili a lavorare ma non hanno svolto azioni di ricerca, oppure sono disponibili a lavorare, ma non nelle due settimane successive a quella di riferimento, ecc. Questa categoria di persone, formalmente inattive ma disponibili al lavoro, sono definite “forza lavoro potenziale”.
E’ quindi possibile calcolare ulteriori indici del tasso di disoccupazione, estendoli alla forza lavoro potenziale e ai lavoratori in part-time involontario. Utilizzando le definizioni proposte dal Bureau of Labor Statistics(3), possiamo calcolare il tasso di disoccupazione U5, che si ottiene aggiungendo – al numeratore e al denominatore del tasso di disoccupazione ufficiale U3 – le forze di lavoro potenziali, e il tasso di disoccupazione U6, ottenibile aggiungendo al numeratore i lavoratori in part-time involontario. Utilizzando la classificazione di Tabella 1, abbiamo in simboli:
U3=F2/F; U5=(F2+I1)/(F+I1); U6=(F2+I1+F12)/(F+I1)
Riportiamo l’andamento dei tre tassi in Figura 1, per il periodo in cui sono disponibli dati (2004-2017).

Nella sua definizione più estesa, il tasso di disoccupazione – che alcuni propongono di definire “tasso di non-occupazione” era al secondo trimestre 2017 al 30 percento.
La crisi economica iniziata nel 2007 ha comportato un aumento dei disoccupati (F2) di 1,8 milioni di unità tra il minimo nel secondo trimestre 2007 al picco nel 2014, ma utilizzando la definizione più estesa (F2+I1+F12) l’aumento nel numero dei non-occupati è stata, nello stesso periodo, di 4,2 milioni di unità.
Il grafico mostra che, dal 2014, le tre misure di disoccupazione si vanno riducendo (di 345mila unità per F2, e di 723mila unità per la misura estesa, al secondo trimestre 2017), ma ad un ritmo blando per far sperare in un ritorno rapido alla situazione pre-crisi.
Inoltre, l’analisi svolta mostra che, se per ridurre la disoccupazione “ufficiale” si fa un ricorso sempre più massiccio a forme di sottoccupazione, lo stato di salute del mercato del lavoro, e quindi degli italiani, non migliorerà in modo sensibile.

Per chiudere: come si risponde alla domanda nel titolo di questo post? Se consideriamo la disoccupazione “ufficiale”, a Giugno 2017 i disoccupati in Italia erano 2,9 milioni. Se consideriamo la disoccupazione estesa qui discussa, erano 8,7 milioni.


Note
1) E’ classificato anche come “occupato” chi era assente dal lavoro per ferie o malattia nella settimana di riferimento. Chi ha svolto lavoro non retribuito non è invece classificato come occupato. Si veda EU labour force survey – methodology
2) Ringrazio Claudio Ceccarelli dell’Istat per avermi fornito le definizioni esatte.
3) Si vedano le note tecniche.


Testo spedito per la pubblicazione a Economia e politica

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Io sciopero

Ho aderito da subito allo sciopero promosso dal “Movimento per la dignità della docenza universitaria”.
Non perché io ritenga prioritario, tra i mille problemi della università italiana, avere il riconoscimento degli scatti stipendiali, ma perché ritengo determinante qualsiasi azione che difenda e ripristini la dignità del docente universitario.
Credo che la strategia adottata sia tutt’altro che stupida. Ponendo un primo obiettivo chiaro e semplice, che tutti i docenti dovrebbero condividere, si può valutare quanto un movimento “dal basso” come questo sia in grado di incidere sulla politica dell’Università. Uno sciopero proclamato solo per protestare, o per chiedere troppe cose, avrebbe avuto più difficoltà ad ottenere un sostegno di massa tra i docenti.
Ricordo che tutte le altre categorie del pubblico impiego hanno già ottenuto da tempo il ripristino degli scatti, che i docenti chiedono con lo sciopero, e da incontri al Ministero è emerso chiaramente come il mancato ripristino per la nostra categoria sia una precisa scelta politica, motivata, in pratica, dal fatto che altre categorie hanno un maggior potere contrattuale per avere quanto gli spetta, rispetto ai docenti universitari. E quindi ben venga una azione che faccia sentire la nostra voce.
Alcuni commenti che ho letto sui social network mi hanno confermato nell’idea che azioni per la dignità della docenza universitaria sono quantomai urgenti.
Abbondano i commenti di chi non fa la fatica di leggere le poche pagine sulle modalità dello sciopero. C’è chi scrive che i docenti “vogliono l’aumento”, quando “già guadagnano 4000€ al mese”. Vorrei tanto vedere 4000€ nella mia busta paga…
I docenti non chiedono un aumento, ma il ripristino di una situazione stipendiale e contributiva, come avvenuto per altre categorie del pubblico impiego a cui erano stati congelati gli scatti.
Evidentemente chi critica in questo modo pensa che la torta del reddito degli italiani sia data, e se i docenti ne vogliono una fetta più grande, inevitabilmente toglieranno pezzi ai disoccupati o ai lavoratori a basso reddito. Al contrario, mi sembra che tornare a mobilitarsi perché il lavoro – qualsiasi lavoro – sia retribuito in modo adeguato, possa contribuire ad invertire la tendenza verso la precarizzazione del lavoro, che è trasversale (e riguarda anche i docenti universitari!).
Non capisco il “dramma” degli studenti, che subito si sono lamentati perché lo sciopero “li danneggia”. Certo, dover aspettare altre due settimane per sostenere l’esame (perché di questo si tratta, nel peggiore dei casi), comporta un problema, ma che non mi pare tanto grave. Lo sciopero riguarda il primo giorno di appello della sessione autunnale: per me, che ho tre corsi con relativi esami, verrà coinvolto un solo gruppo di studenti che già ha in calendario un secondo appello dopo 15 giorni. Negli anni scorsi, al primo dei due appelli della sessione autunnale per questo esame vengono circa 5-10 studenti, e il 90%, dopo aver visto le domande a cui devono rispondere, preferisce andarsene e tornare al secondo appello. Nel mio caso, quindi, creo un disagio a 2-3 studenti preparati, costringendoli a tornare dopo 15 giorni. Non mi sembra un motivo sufficiente per adottare altre forme di protesta.
Come non capisco i comunicati ambigui dei “benaltristi”. Perché i docenti non hanno cercato di coinvolgere le altre categorie dell’università per una protesta comune su fronti più allargati? Benissimo, ma perché le altre categorie intanto non appoggiano QUESTA protesta, come primo passo?
Per non parlare di quelli che scrivono che i docenti universitari, proprio loro!, non si rendono conto che il vero problema è il neoliberismo, il capitalismo, l’euro, ecc.
Insomma, tutti vorrebbero metterci a tacere, ed anche – forse soprattutto – per questo, io sciopero.

PS #1. C’è chi scrive che non è un vero sciopero perché non ci saranno trattenute in busta paga. Falso, perlomeno per il mio Ateneo. Comunicherò l’adesione allo sciopero, e perderò lo stipendio di quel giorno, anche se andrò lo stesso in Dipartimento per incontrare gli studenti, e spiegare i motivi dello sciopero.

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Riserve bancarie

Il grafico sopra riporta lo stock di riserve bancarie effettive, in miliardi di Euro (Fonte: Banca d’Italia)

Il secondo grafico riporta lo stock di riserve bancarie effettive, diviso per lo stock di passività soggette a riserva (Fonte: Banca d’Italia)

Perchè le banche stanno parcheggiando questa liquidità, con un rendimento pari a zero?

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