Squilibri commerciali e salari

Uno dei meccanismi di riequilibrio della zona euro, nelle intenzioni della Troika (FMI, Commissione Europea, BCE) consiste nel ripristino della competitività esterna tramite la riduzione del costo unitario del lavoro nei Paesi periferici. Il costo del lavoro per unità prodotta si riduce tagliando i salari o aumentando la produttività, ma se un Paese non è in grado di fare investimenti o ricerca, la seconda strada – l’aumento della produttività – è difficilmente raggiungibile. Rimane quindi il taglio dei salari nominali. Che è efficace sulla competitività se le imprese fanno calare i prezzi in modo corrispondente, cosa che non segue necessariamente, come risulta alla Commissione europea per la Grecia nel suo recente rapporto.
E se i prezzi non scendono, il taglio dei salari, come dicono gli economisti, “riduce la domanda interna”, ossia i lavoratori non arrivano a fine mese (e le vendite calano, e le imprese chiudono, e i disoccupati aumentano…)

Ma c’è un altro aspetto forse meno ovvio. Se guardiamo i dati sul commercio estero per contenuto tecnologico, calcolati dall’Ocse nel database STAN e disponibili fino al 2011, notiamo che la Grecia fino al 2007 aveva aumentato lentamente le sue esportazioni nei settori ad alta e medio-alta tecnologia, e queste sono diminuiti dal 2008 al 2011, mentre sono aumentate le esportazioni agricole o a minor contenuto tecnologico (per la classificazione si veda qui).
Se, come è plausibile, parte della variazione nella specializzazione produttiva è dovuta al taglio dei salari, e di conseguenza all’aumento nel peso delle industrie ad alto contenuto di lavoro poco qualificato, quali saranno le conseguenze per il futuro? Le imprese che utilizzano lavoro poco qualificato hanno di solito una crescita della produttività minore delle imprese ad alta tecnologia. E quindi ci si può attendere un minor tasso di crescita per il futuro.
Viene immediato il confronto con il Mezzogiorno d’Italia, che alcuni vorrebbero più orientato al turismo…
[NB la forte crescita della voce delle esportazioni "Medium-low tech" è dovuta all'aumento nel prezzo del petrolio raffinato: le esportazioni in questa categoria passano dai 2 miliardi di dollari del 2010 a oltre 9 miliardi di dollari nel 2011. E' un'altra nota dolente: una riduzione del prezzo del petrolio raffinato farebbe sparire il recupero della bilancia commerciale greca]
Greece - exports of goods
Greece. Imports of goods
Greece. balance of trade in goods

Share

Comments

Augusto Graziani

Augusto Graziani
Ieri Augusto Graziani ha compiuto ottant’anni. Mi era sfuggito, ma fortunatamente me lo hanno ricordato Riccardo Realfonzo, Emiliano Brancaccio e Riccardo Bellofiore.
Anche io ricordo, come Emiliano, che Graziani ricordava la possibilità di associare le banconote in euro al Paese che le aveva emesse, come se questa fosse la procedura non scritta per gestire una eventuale rottura dell’euro. Anche se credo che i meccanismi di coordinamento e la contabilità delle Banche centrali dell’area euro non richiedano questa misura.
Mi sa che avesse ragione anche su un punto su cui tutti gli davano addosso, negli ultimi tempi, e cioé che non si può far a meno, in Italia, di grandi imprese manifatturiere.
Devo a Graziani l’iniziale interesse per l’economia, ed è merito suo se ho conosciuto Wynne Godley. E spero di aver contribuito, nel mio piccolo, a valorizzare il suo lavoro.

Share

Comments

Il grafico, tratto dalla mia presentazione a Cambridge su “fiscal and debt policies for the future” di qualche settimana fa, riporta gli ultimi dati disponibili su una misura della distribuzione del reddito negli Stati Uniti. Le prime quattro linee rappresentano il limite superiore dei quintili di reddito, a prezzi del 2011, e l’ultima rappresenta il limite inferiore del 5% a reddito più alto, tutte rapportate alla stessa misura nel 2006.
Income limits in 2011$
Come si vede, la Grande Recessione ha ridotto il reddito in tutti i quintili, ma chi ha un reddito più alto è riuscito a perdere meno di tutti. Ad esempio, l’americano con reddito più alto nel primo quintile guadagnava $1860/mese nel 2006, ed è sceso a $1688, mentre l’americano con reddito più basso nel primo 5% guadagnava $16.175/mese, ed è sceso “solo” a $15.500 (il tutto misurato ai prezzi del 2011, ossia senza tener conto dell’inflazione).
Che i risultati di Reinhart e Rogoff fossero ridicoli, anche prima che si scoprissero gli errori di calcolo, era evidente a chiunque riflette sugli effetti distributivi delle politiche macroeconomiche… ora se n’è accorto anche Krugman.
Chissà quanto ne è consapevole Saccomanni. Proporre tagli e meno tasse vuol dire ridurre subito e con certezza il lavoro creato dal settore pubblico, e sperare che meno tasse producano maggiore domanda, maggiori vendite, e posti di lavoro: un processo incerto. E tagli alla spesa pubblica e meno tasse avranno prevedibili effetti distributivi.

Share

Comments (2)

WDI in Eviews format

World Bank book image
For my classes in Applied Econometrics I have managed to organize the data on World Development Indicators, published by the World Bank, in Eviews format.
As this may be useful for other researchers, I am making the file available here
Please refer to the World Bank web pages for further documentation

Share

Comments

C’è un timore diffuso che una eventuale uscita dall’euro dell’Italia, con il ritorno ad una valuta nazionale, sarebbe una catastrofe, perché la “nuova lira” si svaluterebbe rispetto all’euro in modo consistente, questo farebbe aumentare i prezzi dei beni importati, in particolare petrolio ed energia, e l’inflazione aumenterebbe in modo vertiginoso, costringendoci a far la spesa con carriole di banconote.
Se si tornasse ad un sistema in cui il prezzo della valuta nazionale viene deciso da domanda e offerta di valuta nazionale contro valuta estera, qual’è davvero la posizione dell’Italia?
La domanda netta di una valuta dipende dalla differenza tra gli incassi del Paese e i pagamenti fatti all’estero, che a loro volta hanno origine da (1) scambi commerciali; (2) trasferimenti, come il pagamento di interessi; (3) operazioni finanziarie come l’acquisto di titoli.
ch_01
Il saldo commerciale dell’Italia – per le merci – è riportato nel primo grafico, che utilizza dati mensili Istat, cumulati su dodici mesi. Da Agosto 2012 il saldo è tornato positivo, per il crollo delle importazioni dovuto alla crisi, ma anche per la crescita delle esportazioni.

ch_02

Il secondo grafico mostra l’andamento delle vendite di merci italiane agli altri Paesi dell’Unione europea, e al resto del mondo. Si nota come l’andamento delle vendite verso l’Unione europea, in gran parte ferma per le politiche di austerità, abbia ristagnato, mentre sono aumentate le vendite verso Paesi terzi, con una perdita del peso relativo del mercato europeo come collocazione delle nostre esportazioni.

ch_03

Il terzo grafico riporta il saldo tra incassi e pagamenti in conto corrente, insieme al saldo commerciale per le merci. I pagamenti totali sono ancora superiori agli incassi, e quindi da qui emerge una domanda netta di valuta estera (che spingerebbe alla svalutazione di una valuta nazionale). Ma qual’è a differenza tra saldo commerciale e bilancia delle partite correnti? Oltre al saldo del commercio di servizi, in sostanziale pareggio, le altre voci riguardano i redditi da lavoro (rimesse degli immigrati) ma soprattutto i redditi da capitale, e cioè gli interessi che gli italiani (governo e settore privato) pagano all’estero in ragione dei prestiti ricevuti, al netto degli interessi incassati.

ch_05

E’ questa voce, insieme ai trasferimenti netti, a tenere il nostro saldo con l’estero in deficit. Una parte consistente dipende dai tassi di interesse elevati pagati ai creditori esteri (lo spread!), che progressivamente sparirebbero con le modifiche alle regole del gioco che seguirebbero l’uscita dall’euro.

Quindi, se uscendo dall’euro si riducono i trasferimenti netti all’estero e il pagamento di interessi, non c’è alcuna pressione verso la svalutazione dal conto corrente. Tradotto: siamo competitivi. C’è sempre, ovviamente, la possibilità di attacchi speculativi sui mercati finanziari, e ci sono gli strumenti per evitarla.

E, per inciso, se l’Italia è in crisi e abbisogna di riforme strutturali, di precarizzare il lavoro, di ridurre i costi ecc ecc ecc, come mai le nostre imprese (almeno alcune!) vendono all’estero sempre di più? Evidentemente i problemi sono altri.

Ma allora…se non abbiamo necessità di svalutare il cambio, perché uscire dall’euro? Per ottimi motivi: riprendere il controllo dei tassi di interesse, che al momento trasferiscono troppo reddito ai creditori, e per farla finita con l’austerità e tornare a creare lavoro.
[segue]

Share

Comments (8)

Intervista sull’euro

La trovate qui

Share

Comments

« Previous entries Next Page » Next Page »