Austerità e migrazione in Grecia

Greece. Population
Il grafico sopra documenta un’altra conseguenza di rilievo della recessione in Grecia.

L’Istat greco (ElStat) ha pubblicato di recente i nuovi dati trimestrali sulle forze di lavoro, che includono una stima della popolazione in età da 15 anni in u(Table 1). La stessa serie pubblicata in precedenza mostrava un trend crescente stabile (riportato in verde nel grafico), mentre la nuova stima ha un picco a 9,437 milioni alla fine del 2008, e poi inizia a diminuire, raggiungendo 9.296 milioni nel primo trimestre di quest’anno: in altri termini, la popolazione dai 15 anni in su è tornata al livelo del 2004 (Il motivo della differenza tra le due serie è l’utilizzo nella nuova stima dei risultati dell’ultio censimento. Per i dettagli si veda il sito web di Elstat).

Dato che ElStat non pubblica dati aggiornati sulla migrazione netta, possiamo assumere che questa si possa ottenere dalla distanza nel trend pre-crisi e i valori attuali. Calcolando un semplice trend lineare sui dati dal 2001 al 2008, il valore proiettato del trend ad oggi implica una popolazione di 9.686 milioni. La differenza tra questo valore e la popolazione stimata da ElStat nel primo trimestre 2014 è quindi di circa 390.000 persone.
Greece_pop_by_age_groups
ElStat pubblica anche il dettaglio della popolazione per gruppi di età (Table 2), riportato nel secondo grafico qui sopra. Il grafico mostra che i giovani greci diminuiscono nel tempo – un trend comune a molti Paesi sviluppati che riducono il numero di figli per famiglia – mentre il numero di “anziani” aumenta stabilmente – e anche questo è un trend comune a molti Paesi che registrano un aumento nell’aspettativa di vita.
Sommando i gruppi 15-29 anni ai gruppi di 45 anni e oltre, troviamo che il declino nella popolazione giovane si è accelerato dopo il 2007, compensando l’aumento nel numero della popolazione di 45 anni e oltre, e quindi la forma a U rovesciata nel nostro primo grafico dipende fondamentalmente dal declino nella popolazione in età da 30 a 44 anni, che sono ora 2,442 milioni rispetto ad un picco di 2,544 milioni alla fine del 2008.

Non abbiamo informazioni complete per sapere se questo declino dipende dalla emigrazione di greci all’estero, o da un minor numero di immigranti. Tuttavia, un database OECD contiene alcune statistiche sui migranti per Paese, da cui possiamo ricavare dei dati sulla Grecia (anche se incompleti, perché alcuni Paesi come Italia e Francia non sembrano comunicare i dati all’OECD)
Come mostra il grafico che segue, e come ci si poteva aspettare dai rispettivi tassi di disoccupazione, la principale destinazione dei migranti greci è la Germania, e il numero dei migranti in questo Paese è quasi raddoppiato dal 2010 al 2011 (ultimo anno per cui sono disponibili dati).
Greece_migrants
L’altra faccia della medaglia nel calo della popolazione è data dagli immigrati in Grecia, che sono diminuiti da 65.300 del 2005 a 33.300 nel 2010 e 23.200 nel 2011.

C’è da aspettarsi che l’emigrazione dei Greci, e il declino della immigrazione in Grecia, siano continuate dal 2012 ad oggi, dato il tasso di disoccupazione nel Paese (ancora al 26,8% a Marzo 2014). Nel gergo degli economisti, è un’altra perdita di “capitale umano” per la Grecia che complica le prospettive di ripresa.
E in aggiunta, la bilancia dei pagamenti non mostra ancora entrate connesse all’emigrazione (le c.d. “rimesse”), e anzi sia le entrate per redditi da lavoro da Greci all’estero, sia i trasferimenti correnti dall’estero al settore privato sono diminuiti dall’inizio della crisi.

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A self-defeating strategy

Alla conferenza organizzata dall’Università Tor Vergata a Villa Mondragone ho imparato molto.
Ad esempio, che l’unione fiscale dei Paesi dell’Eurozona – da molti (anche da me) considerata indispensabile per costruire un meccanismo di riequilibrio territoriale che renda più sostenibile l’unione monetaria – se verrà fatta, verrà fatta in modo che non riequilibri proprio nulla (da un paper di ricercatori della Banca d’Italia). E comunque non verrà fatta.

Molto interessante anche uno studio econometrico di Ioannou, Jamet e Kleibl, tutti della BCE, che trovano una correlazione negativa tra la disoccupazione e la fiducia nell’UE, correlazione più forte tra i Paesi dell’Eurozona.
Ma gli autori non traggono l’ovvia conclusione: l’Eurozona ha adottato una strategia destinata al fallimento. Per rendere i Paesi della periferia più competitivi, prezzi e salari devono scendere, e i salari scendono se si crea una bella massa di disoccupati – come da manuale, capitolo “Curva di Phillips” – ma… creando disoccupati, la fiducia nella UE scende, e prima o poi…
Anche perché la strategia della cosidetta “deflazione interna” ha tempi lunghi ed effetti dubbi. Come la Grecia mostra, una riduzione dei salari non implica rapidamente una riduzione dei prezzi (e quindi il potere d’acquisto dei salari scende, e la domanda interna crolla), e una riduzione dei prezzi avrà, prima o poi, un effetto sulle esportazioni, ma in Grecia ancora lo stanno aspettando. E infine, se tutti i Paesi di un’area commerciale integrata riducono i prezzi, nessuno ha un guadagno in termini di competitività.

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Uscita dall’euro e svalutazione

Ho sempre sostenuto che all’Italia conviene uscire dall’euro e tornare ad una propria valuta nazionale non per gli eventuali vantaggi di una svalutazione della “nuova lira”, ma per riprendere il controllo sulla politica fiscale e sulla politica monetaria, e quindi sul costo di finanziamento del debito pubblico. In aggiunta, ho sempre sostenuto – ad esempio nei nostri rapporti sulla Grecia – che gli squilibri dell’area euro sono dovuti alla Germania, più che ai paesi periferici.
Mi sembra che il “dibattito televisivo” sull’argomento si concentri invece sull’entità della svalutazione della “nuova lira” in caso di uscita dall’euro, dove i sostenitori dell’euro prediligono l’immagine delle “carriole” di lire da usare per far la spesa, dopo una svalutazione della nuova lira del millantamila per cento.
Un indicatore che si può utilizzare per dare qualche conforto empirico all’entità di una svalutazione – certo non il più appropriato – è un indice dei prezzi dei Paesi della zona Euro. Nel grafico che segue riporto il valore di uno di tali indicatori, costruito a partire dai deflatori della domanda interna di fonte Eurostat. Fatto pari a 100 il livello dei prezzi in tutti i Paesi nel 2000, ho calcolato l’indice al 2013 – usando l’ultimo dato disponibile per il maggior numero di Paesi – ed il valore al 2013 per la zona euro risulta di 126,7. In altri termini, i prezzi nel 2013 sono del 26,7% più alti che nel 2000, in media nell’intera zona euro. Ho sottratto tale valore all’indice dei prezzi di ciascun Paese, per mostrare rapidamente in quali Paesi l’inflazione è stata più alta, e di quanto, e in quali Paesi è stata inferiore. Come si nota dal grafico, la Germania ha la minore crescita dei prezzi, con un indice pari 116,9, mentre l’Italia ha un indice pari a 132.
DomesticPriceDeflatorEZ
Se la fine dell’euro e la reintroduzione delle valute nazionali viene seguita da rivalutazioni/svalutazioni tese a ripristinare lo stesso indice di prezzo in tutti i Paesi, dal grafico risulta evidente che il riallineamento maggiore spetterebbe alla rivalutazione del “nuovo marco” tedesco”. Per la “nuova lira” una riduzione del 4% nell’indice dei prezzi è sufficiente a ripristinare un rapporto paritario con gli altri Paesi.
E’ evidente, perlomeno agli addetti ai lavori…, che i calcoli che riporto soffrono di numerose approssimazioni, ma ritengo che tali approssimazioni non inficiano i risultati fondamentali, e cioè (1) più che una svalutazione delle nuove valute dei Paesi periferici è necessaria una rivalutazione del “nuovo marco” tedesco, e (2) l’entità delle svalutazioni/rivalutazioni necessarie al riallineamento dei prezzi sono molto minori rispetto ai “dati televisivi”.

E’ anche interessante aggiungere al grafico precedente altri tre Paesi esterni all’area dell’euro, che l’Eurostat include nelle stesse tabelle in cui pubblica le componenti della domanda interna a prezzi correnti e costanti, e cioè Stati Uniti, Regno Unito e Giappone.
DomesticDemandDeflator2Ez
Come si nota, per questi tre Paesi l’indice dei prezzi – calcolato in euro – è cresciuto molto meno che nell’eurozona. Questo per la rivalutazione dell’euro rispetto a queste valute: un euro si scambiava con 92 centesimi di dollaro nel 2000, e con 1,31 centesimi nel 2013 (rivalutazione del 42%), e per il Giappone alla svalutazione dello yen si aggiunge la deflazione interna.
Il secondo grafico conferma un altro dato significativo: una svalutazione, anche sostanziosa, di una valuta rispetto ad un’altra non implica necessariamente un aumento considerevole delle esportazioni del Paese a valuta debole. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto inondare la zona Euro con i loro prodotti, e invece la quota dell’export americano verso la zona Euro è scesa dal 16% del 2000 al 14,7% del 2013 (fonte Federal Reserve). Se il prezzo relativo è una determinante del commercio internazionale, non sembra esserne la determinante fondamentale, e quindi puntare sulle svalutazioni – piuttosto che sull’innovazione – per risollevare l’export e l’occupazione in Italia non sembra la strategia vincente.

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Seminars

I am organizing a series of seminars on the Great Recession and the Eurozone crisis, starting Wednesday, April 9th.
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intended for our graduate students and will be held in English, but everybody is welcome to attend.

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(Italiano) 28 marzo a Salerno

Il 28 marzo, ore 16.30, sono a Salerno a parlare di Euro ed

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Europa

locandina-convegno-28mar

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Blog under revision

I am reviewing blog posts following a major update to the software, due to an hacker attack

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