Uscire dall’Euro?

Questa è la prima bozza di un documento divulgativo che mi è stato richiesto. Pubblico qui per commenti.


Wynne Godley, nel 1992, scriveva a proposito del progetto dell’Euro:

“la creazione di una moneta unica porterà alla fine delle sovranità nazionali e alla capacità di agire in modo indipendente su questioni di rilievo…. La capacità di stampare moneta, e per il governo di finanziarsi presso la propria Banca centrale, è l’aspetto più importante dell’indipendenza nazionale. … Se vi si rinuncia, ci si trasforma in una autorità locale, o una colonia. … e quando arriva una crisi, se il Paese ha perso la capacità di svalutare e non può beneficiare di trasferimenti fiscali a compensazione, non c’è nulla che possa fermarne il declino, fino all’emigrazione come unica alternativa alla povertà”(1)

Abbiamo voluto l’euro, abbiamo avuto il declino, e ora l’emigrazione e l’aumento della povertà. E il sottoporre le nostre leggi di bilancio alla Commissione Europea è solo una delle dimostrazioni del fatto che il Governo è diventato una “autorità locale”.

Ma allora perché abbiamo adottato l’Euro?

Per lo stesso motivo per cui molti vogliono rimanerci! Era già chiaro, nei dibattiti parlamentari che hanno preceduto la firma dei Trattati, che rinunciare alla politica dei cambi e alla politica monetaria comportava una compressione dei salari. La decisione di entrare nell’Euro è stata politica, motivata dal desiderio di conribuire a scrivere le regole della “casa comune europea”. Questo desiderio si è rivelato una pia illusione, perché nonostante il peso economico dell’Italia, l’evoluzione delle regole dell’Unione europea e della gestione dell’Euro hanno tutelato principalmente i gruppi industriali e finanziari del Nord, con scarsi interventi di bilanciamento.

Casa comune Europea, o vinca il più forte?

E’ diventato via via più evidente, nei Trattati che hanno seguito Maastricht, che le regole dell’Eurozona non puntavano ad una crescita armonica e bilanciata dei Paesi che ne fanno parte, ma invece alla creazione di un mercato più ampio in cui le imprese dei diversi Paesi devono competere, ma senza la possibilità di partire ad armi pari. La Germania, nei primi anni dell’Euro, ha avviato per prima le “riforme strutturali” del mercato del lavoro, un termine che si traduce in compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori. Comprimendo la dinamica dei salari e dell’inflazione al di sotto degi obiettivi fissati dalla BCE, la Germania ha posto le basi per aumentare la sua competitività di prezzo sia sui mercati interni all’area Euro, sia sui mercati esteri, dato che con l’Euro – diversamente che con il Marco – un surplus dei conti esteri dei tedeschi non si traduceva più in una rivalutazione del cambio. L’Euro ha garantito alle imprese tedesche un cambio più vantaggioso di quanto avrebbero avuto con il Marco, e specularmente un cambio troppo forte per le imprese delle regioni europee a più alta inflazione, come l’Italia, la Spagna, la Grecia.
Finché l’economia mondiale cresceva, tra il 2000 e il 2007, il sistema ha retto. La riduzione nei tassi di interesse ha però stimolato la domanda in quei Paesi periferici, come la Spagna e la Grecia, che non erano in grado di far fronte con un aumento della produzione interna ad un aumento della domanda finanziata dal credito a basso costo. La dinamica della domanda si è sommata alla dinamica dei prezzi relativi, contribuendo a creare deficit crescenti nei conti con l’estero della periferia, e surplus crescenti nei Paesi “core” come la Germania.
Con l’arrivo della crisi, i problemi generati da queste asimmetrie sono esplosi. Alcuni governi hanno dovuto salvare le proprie banche in crisi, trasformando i debiti privati in debiti pubblici. In generale, soprattutto nella seconda ondata di crisi generata dal tracollo della Grecia, le politiche di contenimento sono sempre state orientate solo a tutelare il sistema finanziario. Questo senza però considerare il fatto che in una fase recessiva, in cui le imprese e le famiglie indebitate hanno difficoltà crescenti ad onorare i propri debiti, senza un sostegno adeguato al reddito famiglie e imprese prima o poi non potranno più rimborsare le banche, e queste ultime richiederanno salvataggi reiterati.

Quali politiche si possono condurre per invertire questa rotta che porta a sicura catastrofe?

Come è ampiamente noto, non basta una piccola riforma dell’Euro ma, come dicevamo all’inizio, il “piano A” per riprendere il cammino della “casa comune europea” dovrebbe prevedere la creazione di un sistema di perequazione fiscale in una Federazione dei Paesi europei, con un bilancio simile a quello del governo Federale statunitense. Questa strada è sbarrata, come dimostrano le discussioni al Parlamento europeo, da cui sono emerse le decise contrarietà anche a piccoli incrementi del prelievo fiscale – e della redistribuzione – dal livello nazionale a quello comunitario.
Serve allora un “Piano B”, una azione politica promossa da singoli Paesi, ma anche da un Paese solo che mostri la via.

Usciamo dall’Euro?

Una ipotesi di cui si discute è l’uscita unilaterale dall’Euro di un solo Paese, con modalità tali da non creare quella catastrofe finanziaria ed economica che è inevitabile se il sistema dei pagamenti smette improvvisamente di funzionare. Se ad uscire fosse la Germania, utilizzando la Lex Monetae per ridenominare i propri debiti in un “neo-Marco”, la nuova valuta tedesca dovrebbe apprezzarsi almeno del 15 percento rispetto al dollaro e all’Euro, e i crediti dei tedeschi verso quel che resta dell’Eurozona – che rimarrebbero in Euro – comporterebbero una perdita in conto capitale, perdita che tuttavia è già scontata dai mercati, tramite gli spread. La rivalutazione del neo-Marco, e il possibile indebolimento dell’Euro, contribuirebbero a ridurre o eliminare gli squilibri nel sistema internazionale dei pagamenti.
Ma poiché la Germania ha solo da perdere da questa soluzione, non si vede perché dovrebbe percorrerla, se non per il timore crescente che l’alternativa – il tracollo dell’Euro – faccia evaporare del tutto i crediti dei tedeschi verso il resto dell’Eurozona, o chiami il contribuente tedesco a ingenti trasferimenti verso la periferia dell’Eurozona.
L’uscita dall’Euro dell’Italia avrebbe esiti molto più incerti, soprattutto perché è difficile ipotizzare che non sia seguita da decisioni analoghe della Spagna, o anche della Francia. In questo caso, la ridenominazione in neo-Lire dei debiti italiani oggi espressi in Euro comporterebbe perdite finanziarie per i creditori al Nord. Proprio per questo motivo, per alzare il costo dell’uscita unilaterale dall’Euro, sono state introdotte delle clausole (CAC) che il nostro governo deve inserire nella emissione di una quota crescente di titoli del debito, che garantiscono i creditori contro la ridenominazione.(2) E il Quantitative Easing di Draghi ha previsto un meccanismo per cui, se l’Italia dovesse adottare una neo-Lira, una quota rilevante dei debiti della Banca d’Italia verso la BCE vada comunque rimborsata in Euro. Giorno dopo giorno, la quota del debito pubblico che ogni Paese può ridenominare in una nuova valuta se esce dall’Euro si va assottigliando, alzando i costi dell’uscita.
In ogni caso, l’uscita unilaterale dall’Euro è una strada percorribile solo date alcune condizioni, in particolare bloccando i movimenti di capitale, e quindi con una rottura degli accordi stabiliti nei Trattati.

E se non rimborsassimo il debito pubblico?

Certo, un governo può decidere di non onorare il suo debito, ma è molto difficile, se non impossibile, fare default sui titoli posseduti da creditori esteri, e non su quelli posseduti da Fondi pensione, banche italiane o semplici risparmiatori. Chi chiede la cancellazione del debito pubblico italiano dovrebbe prevedere una massiccia creazione di nuovo debito per evitare che i risparmi degli italiani evaporino, e sapere che questa opzione taglierebbe fuori l’Italia dai mercati finanziari internazionali.

L’Europa a due velocità?

Di recente(3) Angela Merkel ha suggerito l’ipotesi che gli ulteriori passi di integrazione europea riguardino solo alcuni Paesi. Le “due velocità” richiamano le proposte di “Euro del sud” o “Euro2”, e cioè di creare una nuova valuta comune per i Paesi dell’Eurozona più deboli. L’Euro come valuta rimarrebbe per la Germania e i suoi Paesi satelliti, e si apprezzerebbe, mentre l’Euro2 si svaluterebbe.
In questi termini, l’Euro2 comporta costi molto rilevanti per i Paesi Euro2 indebitati in Euro con l’estero, a meno di non ridenominare i debiti in Euro2. A mio avviso, se si considerasse seriamente questa opzione pasticciata, che lascia intatti i problemi di cui dicevamo all’inizio, meglio il ritorno alle valute nazionali.
Se viceversa fosse la Germania ad adottare un Euro2 con i suoi Paesi satelliti, il peso del debito estero in Euro del “Sud” non aumenterebbe. Ma questa ipotesi non mi sembra sia presa in considerazione.

Una strategia intermedia: la moneta fiscale

E’ possibile però una strategia intermedia, che sarà tanto più efficace quanto più condivisa da altri Paesi dell’Eurozona. Mentre i Trattati vietano l’introduzione di una nuova moneta legale alternativa all’Euro, non impediscono la creazione di una “moneta fiscale”.

Cos’è una moneta fiscale?

Mentre la moneta legale è lo strumento di pagamento che la legge stabilisce vada usato per estinguere debiti, per “moneta fiscale” si intende una forma di pagamento che non viene imposta dalla normativa per gli scambi tra privati, ma che il governo nazionale, e/o i governi locali, sono disposti ad accettare per il pagamento delle imposte. Dal momento in cui la crisi in Grecia ha mostrato i possibili problemi di mancanza di liquidità, le proposte di introduzione di una moneta fiscale si sono moltiplicate, così come è aumentato rapidamente il numero delle “monete complementari” in circolazione tra le comunità locali.
Questa moneta fiscale può essere emessa in forma cartacea (ma in tal caso richiede dei tempi tecnici non brevi per la sua emissione) ma anche solo in formato elettronico, come registrazione contabile nel sistema dei pagamenti, su un circuito di carte di credito, o come mezzo di pagamento sul telefono cellulare. Può essere presentata come moneta vera e propria, o come un particolare tipo di titolo di credito.(4)(5)(6)
Ha un valore nominale espresso in Euro, ma il governo non si impegna a convertirla in Euro, ma solo ad accettarla come mezzo di pagamento, per il suo valore nominale in Euro.

Come si crea la moneta fiscale?

La proposta che abbiamo esaminato più in dettaglio,(7) e valutato per il caso della Grecia,(8) prevede che questa moneta, che abbiamo chiamato Geuro, sia inizialmente immessa nel sistema economico dal governo per:

  1. saldare i propri debiti di breve termine con i fornitori e le banche private
  2. fornire sostegno economico (assegni di disoccupazione, pensioni, ecc.)
  3. creare nuovi posti di lavoro (pagamento stipendi, ecc.)
  4. finanziare progetti di investimento

In generale, la creazione di una moneta fiscale risponde a due obiettivi: aumentare il grado di liquidità del sistema (facilitare la compensazione tra crediti e debiti) e finanziare la ripresa economica. Mentre sembra che forze politiche di orientamento molto diverso siano favorevoli alla creazione di una moneta fiscale, le modalità in cui questa verrebbe usata sono differenziate.

Con la moneta fiscale possiamo finanziare qualunque progetto senza limiti?

No, la quantità di moneta fiscale che viene creata deve tener conto di alcuni vincoli stringenti:

  1. La spesa pubblica finanziata da creazione di nuova liquidità aumenta la domanda. Se l’offerta non è in grado di aumentare, perché le imprese sono prossime al pieno utilizzo degli impianti, si crea inflazione. Siamo tuttavia molto, molto lontani in Italia da una situazione di questo tipo;
  2. L’aumento di domanda si rivolge anche ai beni prodotti all’estero (importazioni). La sostenibilità del debito estero dell’Italia dipende anche dal mantenere un saldo positivo nella bilancia delle partite correnti. Questo vincolo è cruciale, perché la proposta di moneta fiscale non trovi una ferma opposizione dai rappresentanti politici dei creditori esteri. Si tenga presente, però, che il saldo delle partite correnti dell’Italia negli ultimi dodici mesi era di 45 miliardi di euro: una manovra espansiva dell’ordine di 100 miliardi di euro dovrebbe generare maggiori importazioni per un ammontare molto inferiore;
  3. La quota di imposte che viene pagata in moneta fiscale deve essere tarata in modo da non generare un aumento del deficit pubblico in Euro. Se usata per finanziare la ripresa, la moneta fiscale genera un aumento del reddito nazionale, e quindi del gettito tributario: questo punto non va quindi valutato come semplice sostituzione tra Euro e moneta fiscale, ma deve tener conto dell’aumento nel gettito totale.

Qual è il rischio che nessuno voglia essere pagato in moneta fiscale?

Oggi la moneta, terminata la convertibilità in oro, è basata sulla fiducia verso chi la emette. Se un governo promuove la moneta fiscale come strumento per ridare un futuro ai giovani, e si impegna ad accettarla da subito al valore nominale per il pagamento di una parte delle tasse, non si vede perché i privati non debbano fidarsi, e utilizzarla anche per altre forme di pagamento.
Se invece la moneta fiscale è presentata come una proposta dettata dalla disperazione per non avere accesso alla moneta “vera”, l’Euro, viene minata la sua credibilità.

La moneta fiscale è una alternativa all’uscita dall’Euro?

La moneta fiscale può essere introdotta immediatamente, e per come è proposta non dovrebbe creare panico sui mercati finanziari. Anzi, l’aumento nel reddito del Paese generato da una espansione fiscale aumenta la sostenibilità del nostro debito estero in Euro.
Questo consente al Paese di interrompere il declino, mentre valuta insieme ai partners europei le indispensabili riforme da attuare in Europa, riforme che richiedono tempi non compatibili con l’aumento nella disoccupazione, nella povertà e nell’emigrazione dei nostri giovani.
Una soluzione auspicata da molti è quella di trasformare l’Euro in “moneta comune”, cambiando le regole di funzionamento della BCE sulla falsariga del progetto di Keynes a Bretton Woods.

La moneta fiscale come strumento di cooperazione internazionale

La capacità del Paese di invertire il processo di austerità imposto dai Trattati europei può ridare dignità al Governo italiano in ambito internazionale. La promozione di iniziative analoghe negli altri Paesi dell’Eurozona che vivono l’Euro come un vincolo insopportabile, può essere alla base di nuove strategie in cui i “Paesi del Sud” non formano un gruppo di “serie B” rispetto alla Germania e ai suoi Paesi satellite, ma sono in grado di mettersi alla guida di un modello di sviluppo più sostenibile, in particolare per l’area del Mediterraneo.


Note

  1. Wynne Godley, “Maastricht and all that”, London Review of Books, Vol. 14 No. 19, pp.3-4 · 8 October 1992
  2. Le CAC non impediscono la ridenominazione dei titoli pubblici emessi in Euro sotto giurisdizione italiana, ma danno più forza ai creditori che vorranno opporsi alla ridenominazione ricorrendo in giudizio.
  3. Si veda ad esempio qui
  4. Si veda Amato – Fantacci – Papadimitriou – Zezza, “Going forward from B to A? Proposals for the Eurozone Crisis”, Economies, 2016, 4(3), 18. Una proposta analoga è di Andresen e Parentau, e le varianti sono ormai troppo numerose per essere elencate.
  5. Una variante promossa da tempo per l’Italia, soprattutto da Marco Cattaneo, Biagio Bossone e Stefano Sylos Labini, è nota come “Certificati di Credito Fiscale” (CCF). Si veda in proposito il rapporto di Mediobanca, i diversi articoli di Stefano Sylos Labini su Econopoly, gli articoli di Marco Cattaneo su Vox e Biagio Bossone. Una sintesi molto recente è qui
  6. Una proposta simile è avanzata dal responsabile economico della Lega Nord, Claudio Borghi, che parla di “MiniBot”
  7. Si veda Amato et al., cit.
  8. Si vedano le Strategic Analysis del Levy Economics Institute sulla Grecia
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Progetto Moneta Fiscale

Ricevo da Marco Cattaneo, e pubblico volentieri, questa sintesi della proposta di introduzione dei Certificati di Credito Fiscale (CCF), promossa, oltre che da Marco, da Stefano Sylos Labini e Biagio Bossone.

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Produttività e occupazione

Come sa chi segue il mio lavoro, negli ultimi anni non mi sono occupato nei dettagli dell’andamento dell’economia italiana (anche se prevedo di farlo nei prossimi mesi…).
Mi ha però stimolato il lavoro di Jacob Assa sulla “finanziarizzazione” del PIL.
In estrema sintesi, l’idea è che alcune componenti del PIL che sono in gran parte imputate, andrebbero eliminate, in particolare se si intende avere una misura della produzione più correlelata alla dinamica dell’occupazione. Queste componenti si riferiscono alla finanza e ai servizi abitativi (in inglese FIRE: Finance, Insurance and Real Estate). Jacob riprende il lavoro di Duncan Foley, che suggeriva di togliere dal PIL il valore aggiunto dei settori FIRE, calcolando in questo modo il NFVA (Non-Financial Value Added, o “Valore aggiunto non finanziario”). Jacob va oltre, e ritiene che queste misure imputate nel calcolo del PIL non solo non vanno imputate, ma andrebbero sottratte dal valore aggiunto degli altri settori, perché rappresentano un costo, più che un valore aggiunto. J. Assa chiama questa misura FGDP.
(Per inciso, una discussione tecnica sui dettagli della costruzione del PIL si trova in Capitalism: Competition, Conflict, Crises di Anwar Shaikh).
Ho così scaricato dal database dell’Istat le serie storiche del valore aggiunto e dell’occupazione per l’Italia, e dal database dell’Eurostat alcuni dati per la Germania.
Italy: VA, NFVA, GDP
Per l’Italia, uno dei risultati di Jacob trova conferma: una parte non piccola della “crescita” recente del PIL è dovuta ai settori FIRE (Figura 1): fatto 100 il valore aggiunto al 2007, la produzione dei settori Non-FIRE è caduta di più del valore aggiunto totale (tutti i valori sono misurati a prezzi 2010).
Italy: employment and labor units
Passando ai dati sull’occupazione, per l’Italia nel periodo 1996-2016 non ho trovato conferma ai risultati di Jacob. Per cominciare, i risultati sono piuttosto diversi se si considera il numero degli occupati, o il numero delle “unità di lavoro”. Queste ultime sono calcolate dall’Istat come posizioni lavorative a tempo pieno: in sintesi, due lavoratori con un contratto part-time al 50% contano come una sola unità di lavoro.
In Figura 2 si nota come le unità di lavoro siano cadute molto più del numero degli occupati, e stiano oggi aumentando più lentamente del numero degli occupati. Evidentemente, con la crisi è aumentato il numero di lavoratori a tempo pieno sostituiti (quando va bene!) da lavoratori a tempo parziale.
La correlazione tra il livello delle unità di lavoro e le misure di produzione di Figura 1 in Italia è massima quando si usa il NFVA. Se guardiamo invece ai tassi di crescita, la correlazione rimane più significativa tra unità di lavoro e valore aggiunto totale.
Esaurita la mia curiosità sulla applicabilità del lavoro di Assa per l’Italia, una nuova curiosità è emersa dal confronto tra i due grafici. Se l’occupazione sta crescendo, ma il valore aggiunto ristagna, ciò vuol dire che il prodotto per addetto sta diminuendo.
E’ facile verificare, dai dati aggregati, che è effettivamente così. Ma a cosa è dovuto il calo di produttività? Siamo meno bravi dei tedeschi?
Italy & Germany: productivity
In Figura 3 ho calcolato il valore aggiunto per addetto, usando i dati dell’occupazione, e non quelli relativi alle unità di lavoro. Effettivamente il prodotto per addetto nel manufatturiero tedesco è aumentato di 3,4 punti (secondo trimestre 2016) rispetto al 2007, e quello italiano solo di 1,8 punti, ma le due serie si muovono in modo piuttosto simile: non sembra esserci un abisso nella dinamica della produttività.
Se guardiamo allora a come si è modificata la composizione del PIL, notiamo che la Germania ha aumentato, dal 1999 ad oggi, la quota del valore aggiunto manifatturiero (settore ad alta crescita della produttività), mentre per l’Italia questa quota si è ridotta, ed è aumentata la quota del valore aggiunto dei servizi (settore a bassa crescita della produttività).
Per concludere, l’aumento recente nelle unità di lavoro in Italia non è un segnale molto positivo (anche se è meglio di niente!) se è il risultato di uno spostamento da lavori a tempo pieno in settori a forte crescita della produttività verso lavori precari nei servizi, a basso valore aggiunto e con una dinamica negativa della produttività.
Come scrivevo all’inizio, questo post è il risultato di poche ore di lavoro: un’indagine più approfondita è necessaria, ma mi sembra che fornisca comunque qualche risultato utile alla discussione pubblica sull’efficacia del Jobs Act, ecc.

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