Mille bolle? Dove va l’economia U.S.A. (e, al seguito, le altre?)

L’economia degli Stati Uniti va verso una nuova bolla? Nelle ultime settimane, il numero dei commentatori autorevoli che avvertono di bolle speculative è in aumento, da Robert Shiller a Nouriel Roubini (sui mercati immobiliari).

Nel primo grafico analizziamo l’indice Standard & Poor 500 per il mercato azionario U.S., normalizzato con un indice dei prezzi al consumo per rimuovere il trend nei prezzi.
Questa misura dell’indice reale del mercato azionario segna un aumento del 105.6% dall’ultimo punto di svolta nel Marzo 2009. Nel periodo di boom precedente, che partiva nel Febbraio 2003, l’indice aumentò solo del 63% prima di iniziare a crollare nel Luglio 2007.

US_SP500_index

Il boom del mercato azionario è giustificato dai profitti attesi? Nel grafico successivo riportiamo i risparmi lordi delle corporations non finanziarie – ossia gli utili non distribuiti, inclusi gli ammortamenti – in rapporto al PIL. Nel grafico riportiamo anche gli investimenti lordi del settore, sempre in rapporto al PIL. Tutti i dati sono calcolati a partire da Integrated Macroeconomic Accounts pubblicati dal Bureau of Economic Analysis.
Il grafico mostra chiaramente che i profitti del settore hanno raggiunto un massimo storico, all’11.5% del PIL, in confronto ad un valore medio del 9% nel periodo 1960-2007.
Se i profitti attuali sono la base per calcolare i profitti attesi, questi dati suggeriscono che il boom del mercato azionario è giustificato. Ma questo trend è stabile e sostenibile?

US_CorporateProfits

Il grafico mostra anche quello che potremmo chiamare investment gap. Mentre profitti e investimenti tipicamente variano insieme, di norma, storicamente, gli investimenti eccedono i profitti. Ma dalla seconda metà  del 2008 i profitti sono aumentati mentre gli investimenti diminuivano, aprendo una “falla”, un gap, che è ora oltre il 2% del PIL.
Un basso livello degli investimenti non è un buon segnale per la crescita.

E allora cosa fanno le corporations con questi eccezionali profitti? Nel grafico successivo abbiamo aggiunto agli investimenti lordi del grafico precendete anche gli investimenti diretti esteri (IDE), utilizzando ora medie mobile annuali per ridurre la volatilità  degli IDE.

US_Investment+FDI

Il nuovo grafico suggerische che gli IDE, ossia l’acquisizione del controllo di aziende estere, è una delle destinazioni preminenti dei profitti non distribuiti, che non si è ridotta come gli investimenti interni durante l’ultima recessione.
I dati disponibili sulla composizione e direzione degli IDE, pubblicati dal B.E.A., mostrano che non è semplice capire in dettaglio in cosa consistano questi investimenti. Da un lato, gli IDE nel manifatturiero mostrano un ruolo crescente per investimenti in Cina, come sarebbe lecito attendersi, ma il peso della CINA è solo il 5% degli IDE totali nel manifatturiero. Inoltre, il perso del manifatturiero è solo il 14% del totale degli IDE nel 2012, mentre gli IDE delle multinazionali, classificate come “Holding Companies (non bank)” nelle statistiche del B.E.A., pesano per il 44% del totale degli IDE. In questa categoria, i Paesi che ricevono gli IDE americani sono in prevalenza centri finanziari: i Paesi Bassi (25.6%), il Lussemburgo (15.5%), le Bermuda (11.2%), il Regno Unito (10.7%).

In sintesi, questi dati suggeriscono che le corporations non finanziare U.S. godono di ottima salute – se questa viene misurata dai profitti – ma che questa ottima salute non implica necessariamente maggiore crescita o creazione di posti di lavoro all’interno degli Stati Uniti. Al contrario, i dati sono coerenti con un continuo aumento nella concentrazione dei redditi che implica speculazione finanziaria, sui mercati U.S. come sui mercati esteri.
Creare prosperità  e posti di lavoro negli Stati Uniti non è certo l’obiettivo delle corporations, e – per rispondere alla nostra domanda iniziale – il boom del mercato azionario può invertirsi molto rapidamente, quando i “mercati finanziari” (in realtà  un insieme limitato di gestori di grandi masse di liquidità ) prenderanno questa decisione.

Il ritorno ad una crescita sostenibile negli Stati Uniti (e altrove!) richiede una inversione di tendenza nella dinamica della distribuzione del reddito. Come ci ricorda Stockhammer “rising inequality has increased the propensity to speculate as richer households tend to hold riskier financial assets than other groups” (la crescita nella disuguaglianza ha aumentato la propensione alla speculazione, in quanto famiglie più ricche acquistano attività  finanziarie più rischionse di altri gruppi), e “higher inequality has led to higher household debt as working class families have tried to keep up with social consumption norms despite stagnating or falling real wages” (la crescita nella disuguaglianza ha portato ad un maggior indebitamento delle famiglie, perché le famiglie della classe dei lavoratori hanno cercato di mantenere il loro standard di vita relativo, a fronte di salari reali stagnanti o in declino”, un fatto su cui avevo lavorato a partire da prima dell’inizio della Grande Recessione.

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Un pensiero su “Mille bolle? Dove va l’economia U.S.A. (e, al seguito, le altre?)

  1. Gustavo Rinaldi

    Io aggiungerei che i profitti sono molto piu’ frutto di tagli di costi che di accresciute vendite e cio’ e’ per sua natura pericoloso; si fanno profitti riducendo la domanda.

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